SCU e droga nel brindisino, passando per il Veneto: gli arrestati in carcere non rispondono dinanzi al gip

di Tommaso Lamarina

BRINDISI – Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere gli indagati attualmente ristretti in carcere, in merito all’operazione “Fire” condotta dai Carabinieri e che ha portato all’arresto di 11 soggetti e 30 indagati.

Si sono svolti nella tarda mattinata di oggi (1 febbraio) gli interrogatori dinanzi al gip, dottoressa Vergine, dei cinque indagati attualmente ristretti in carcere: Leonardo Bacile, 50enne di Mesagne ma residente a San Pietro Vernotico e ritenuto il corriere, difeso dal legale Giampiero Iaia del Foro di Brindisi; Michel Sanfedino, 30enne di Mesagne e ritenuto spacciatore, difeso dal legale Agnese Guido del Foro di Brindisi; Roberto Carbone, 52enne di Mesagne e ritenuto il promotore dell’organizzazione, difeso dal legale Marcello Falcone del Foro di Brindisi; Mario Chirico, 52enne nato in Germania ma residente ad Ostuni e ritenuto il fornitore dalla marijuana, difeso dal legale Giancarlo Camassa del Foro di Brindisi; Gianluca Zito, 45enne di Mesagne e ritenuto organizzatore con funzione di broker. Carbone, Chirico e Sanfedino si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, per quanto riguarda Zito e Bacile, invece, ancora non si conosce la strategia difensiva.

Gli altri sei arrestati sono ai domiciliari ed i loro interrogatori avverranno nelle prossime ore: Luigi Carbone, 31enne 24enne di Mesagne (ritenuto intermediario e spacciatore); Luigi Di Dio, 55enne di Mesagne, (ritenuto basista per occultamento narcotico); Fabio Ferruccio, 33enne residente in Germania, (ritenuto spacciatore); Valentina Soliberto, 42enne di Brindisi e moglie di Bacile, (ritenuta intermediario vendita stupefacente e recupero crediti); Simone Tondo, 27enne di Mesagne (ritenuto spacciatore), Luca Chirico, 29enne di Mesagne (ritenuto il corriere).

I reati contestati sono l’art. 74 commi nr. 1, 2 3 e 4 del D.P.R. 309/90 “associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti pluri – aggravata”, art. 73 commi 1 e 4 del D.P.R. 309/90 “spaccio e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti”, artt. 2 e 7 L. 895/67 “detenzione illegale di armi” e artt. 81/2° c.p. e 75 comma 2 D. Lvo 159/2011 “violazione degli obblighi inerenti la Sorveglianza Speciale di P.S.”, art. 378 c.p. capo 25 “favoreggiamento personale”.

Alle prime luci dell’alba di ieri (31 gennaio), in Mesagne, Brindisi, Ostuni e San Pietro Vernotico i Carabinieri della Compagnia Carabinieri e del NORM di San Vito dei Normanni, coordinati dal Capitano Antonio Corvino ed Alberto Bruno, collaborati nella fase esecutiva da personale dello Squadrone Eliportato Carabinieri “Puglia”, dal 6° Nucleo Elicotteri dei Carabinieri di Bari e dal Nucleo Cinofili, hanno dato esecuzione all’Ordinanza applicativa di misure coercitive personali n. 11926/19 R.G.N.R. D.D.A. e n. 7156/2020 R. Gip, n. 1/2022 OCC, emessa  dal G.I.P. del Tribunale di Lecce, dottor Toriello, nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce nei confronti di 30 indagati, di cui 11 arrestati: cinque in carcere e sei ai domiciliari. Il sostituto procuratore è la dottoressa Giovanna Cannalire.

Le indagini

Nel dettaglio, l’attività d’indagine è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di San Vito dei Normanni e trae origine dall’attentato incendiario compiuto nei confronti di un Maresciallo dei Carabinieri, Antonio Mazzotta, all’epoca in servizio presso la Stazione Carabinieri di Latiano, al quale, nella notte del 16 agosto 2019, è stata incendiata l’autovettura privata, parcheggiata nei pressi della propria abitazione. Gli accertamenti esperiti nell’immediatezza hanno consentito di risalire ai responsabili dell’atto intimidatorio, al mandante dell’azione delittuosa, nonché al movente. È infatti emerso l’azione delittuosa sarebbe stata posta in essere quale ritorsione nei confronti del Maresciallo per aver contravvenzionato, a seguito di violazioni al codice della strada, un noto pregiudicato mesagnese contiguo ad ambienti mafiosi.

Le indagini, avviate nel mese di agosto 2019 fino ad aprile 2020, condotte con l’ausilio di intercettazioni audio e video e pedinamenti, oltre ad identificare gli autori del grave atto intimidatorio, hanno ipotizzato l’esistenza nel territorio di Mesagne di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti in cui risulterebbe inserito anche uno dei soggetti ritenuto responsabile dell’attentato al maresciallo dei Carabinieri.

Le investigazioni, coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Lecce e sviluppate in piena sinergia con la D.C.S.A. (Direzione Centrale per i Servizi Antidroga del Ministero dell’Interno), hanno permesso di ipotizzare lo stretto legame tra l’organizzazione criminale investigata e alcuni esponenti della “Sacra Corona Unita”, confermando l’operatività e la permanenza sul territorio della provincia di Brindisi di strutture criminali finalizzate al narcotraffico, nonché come questo fenomeno delittuoso costituisca ancora una importante fonte di guadagno per la criminalità organizzata.

“L’organizzazione di stampo mafioso che nasce sul territorio mesagnese ha sempre fatto del traffico di droga uno dei capisaldi delle proprie attività illecite finalizzandolo, oltre al rapido arricchimento, anche al controllo del territorio.”

In tale contiguità con le famiglie storiche legate alla S.C.U. mesagnese è stato individuato il sodalizio investigato e capeggiato da Carbone, pregiudicato, fratello del boss della S.C.U. deceduto in un agguato di mafia Eugenio e cognato di L. F., personaggio di spicco della criminalità organizzata mesagnese. Figurano tra i sodali individuati Luca Chirico, figlio del boss affiliato alla S.C.U. di Mesagne e condannato per 416 bis c.p., braccio destro di Carbone

L’organizzazione in questione si ritiene essere stata in stretto contatto con il noto boss mesagnese Giovanni Donatiello, capo storico e socio fondatore della Sacra Corona Unita, resosi responsabile delle violazioni degli obblighi della Sorveglianza Speciale cui era sottoposto. È stata ipotizzata la frequentazione da parte del Donatiello di una delle basi operative della consorteria, localizzata in un circolo ricreativo di Mesagne, che, a seguito delle numerose perquisizioni, arresti e sequestri di stupefacente, è stato poi chiuso dal sodalizio poiché ritenuto non più sicuro per effettuare riunioni.

I risultati investigativi, riscontrati da sette arresti in flagranza di reato e sequestri di sostanze stupefacenti, per un traffico accertato di circa 50 kg tra marijuana, hashish e cocaina, riassunti nell’informativa dei Carabinieri e riportati nella richiesta di misura presentata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, hanno raccolto elementi indiziari nei confronti di 30 soggetti che, a vario titolo, sono risultati coinvolti nelle attività di spaccio di sostanze stupefacenti nel comune di Mesagne, 11 dei quali indagati per la presunta appartenenza ad un’associazione per delinquere armata, finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti del tipo marijuana e hashish.

Dalla ricostruzione investigativa effettuata dai militari del Nucleo Operativo e Radiomobile, si evincerebbe come il sodalizio abbia gestito, attraverso i propri pusher, lo spaccio di hashish e marijuana sul territorio mesagnese, approvvigionando anche alcune piazze di spaccio ricadenti nei comuni limitrofi di Brindisi e San Pietro Vernotico. Rifornimento che ha riguardato anche alcune piazze di spaccio individuate in Veneto ed in particolare nella provincia di Verona e Rovigo, luogo dove uno degli indagati, originario di Mesagne ed identificato in L. A. B., avrebbe fatto trasportare ingenti quantitativi di marijuana.

La progressione investigativa ha consentito altresì di ipotizzare la struttura criminale, organizzata con una precisa divisione gerarchica dei ruoli e dotata di basi operative e centri per lo stoccaggio ed occultamento degli stupefacenti.

Sono stati individuati poi nove giovani accusati di essere pusher inseriti nell’associazione e dediti allo spaccio al dettaglio nelle piazze mesagnesi.

Dalle indagini emerge che, per le attività di narcotraffico, l’associazione sarebbe dotata di due basi operative, individuate presso alcune attività ricreative e commerciali del territorio mesagnese, tra cui un noto bar già oggetto di agguati negli anni che hanno caratterizzato l’ascesa della Sacra Corona Unita a Mesagne. Presso tali strutture veniva posta in essere l’attività di spaccio al dettaglio del narcotico, impartite le direttive del capo-promotore, pianificati e conclusi ingenti cessioni di narcotico, in gergo definiti “passaggi di mano”.

L’associazione sarebbe provvista, inoltre, di più centri per lo stoccaggio e l’occultamento dello stupefacente, affidate a soggetti incensurati o ormai da anni lontani da vicende giudiziarie, tra cui un insospettabile professionista mesagnese, al fine di ridurre al minimo il rischio di eventuali perquisizioni e conseguenti sequestri da parte delle Forze di Polizia.

La consorteria, infine, è accusata di aver avuto la disponibilità di più armi da fuoco tra cui due pistole ed un fucile a pompa, occultati e prontamente disponibili, nonché di armi da sparo nella disponibilità dei sodali.

Le indagini avrebbero disvelato l’allarmante capacità del sodalizio di cooptare soggetti insospettabili ed incensurati del tessuto sociale mesagnese apparentemente estraneo alla criminalità tra cui, commercianti, camionisti e professionisti in contatto con la pubblica amministrazione.

Altro dato di rilievo è la capacità del sodalizio di allargare i propri interessi fuori dal territorio mesagnese, monopolizzando la fornitura di alcune piazze di spaccio dei Comuni di San Pietro Vernotico, Brindisi e come detto prima, del Veneto.

Nel corso delle indagini sarebbero stati riscontrati episodi di violazione della normativa antimafia, ex art. 75 comma 2 del D. Lgs 159/2011, commessi dal Sorvegliato Speciale di Pubblica Sicurezza D. G., capo di una frangia del sodalizio di stampo mafioso “Sacra Corona Unita” operante sul territorio della provincia di Brindisi, attualmente detenuto. D. G. avrebbe in più occasioni disatteso l’obbligo di associarsi a pregiudicati e di frequentare abitualmente circoli, recandosi in più occasioni presso una delle basi operative della consorteria e dimostrando, pertanto, una rinnovata e rinforzata attualità criminale che non ha subito alcuna flessione a seguito dalla lunga permanenza in carcere e dalla limitazione della libertà personale imposta con la misura di prevenzione a carico. D. G., impiegato presso una carrozzeria di Mesagne (BR), avrebbe utilizzato il luogo di lavoro come base operativa per mantenere contatti con più pregiudicati del territorio condannati per gravi reati quali associazione per delinquere di stampo mafioso, stupefacenti ed altro.